Filosofia selvatica
Un’esplorazione del pensiero che nasce dal contatto diretto con la natura. Percorrendo sentieri, silenzi e intuizioni, la filosofia si fa selvatica e ci invita a ripensare il nostro modo di abitare il mondo.
Giacomo Scarpelli sulla rivista Scienza e filosofia ci lascia una riflessione tutta da leggere sul concetto di wilderness.
La natura, un tempo vista come selvaggia e ostile, oggi è diventata “ambiente” e la storia naturale “ecologia”. Ma il concetto di wilderness, inteso come territorio incontaminato dove predominano le forze naturali, conserva un valore profondo, sia simbolico che pratico. Scarpelli ripercorre le radici culturali e filosofiche di questa idea, citando figure come Henry David Thoreau, filosofo americano precursore dell’ambientalismo, che vedeva nella natura selvaggia la “preservazione del mondo” e John Muir, naturalista scozzese naturalizzato negli USA, per cui il wilderness era un rifugio per l’uomo moderno, affaticato e ipercivilizzato.

Il wilderness assume anche un significato spirituale e sociale: può rappresentare un’alternativa alle religioni tradizionali, un ritorno al paganesimo o al panteismo, ma anche un’espressione di individualismo radicale, a volte persino misantropico. Tuttavia, Scarpelli mette in guardia contro le illusioni romantiche: la natura autentica è affascinante ma anche spietata; wild life può diventare wild death.
Il trascendentalista Henry David Thoreau, convinto che la natura fosse una risorsa che poteva decrescere ma non aumentare, affermava nell’infuriare della Guerra Civile che il wilderness (lo chiamava ancora wildness) costituiva un tesoro da salvaguardare piuttosto che da saccheggiare, poiché in esso era racchiusa l’intera «preservazione del mondo». E John Muir, il fondatore della più autorevole istituzione americana per la difesa dell’ambiente, il Sierra Club, osservava già nel 1898 come il wilderness fosse diventato una necessità di fuga per «migliaia di persone affaticate, dai nervi scossi e ipercivilizzate». Oggi il discorso varrebbe a maggior ragione, alla luce di pandemie ricorrenti: il wilderness potrebbe rappresentare un luogo d’asilo anche per chi è traumatizzato dalle conseguenze della globalizzazione.
Ma non solo, secondo Scarpelli la “filosofia della natura selvaggia” sembra avere più profonde implicazioni relative al modo in cui il singolo si rapporta con gli altri: in particolare interpreta una sorta di neopaganesimo in contrasto con le religioni dominanti, oppure un approccio iper-individualista e anti-tecnologico che ridiscute interamente le strutture della società umana.
I puritani americani vedevano nelle terre incontaminate un’occasione di rinascita spirituale: uno spazio in cui rigenerarsi, lontano dalla corruzione della vecchia Europa. Abitare il wilderness significava affidarsi alla natura per trovare sostegno materiale e guida spirituale, sotto l’occhio vigile di Dio.
Con il passare del tempo, però, questa visione si è ampliata. Il wilderness è divenuto anche luogo di valori arcaici, quasi sacrali, dove il sacro si fonde con il selvaggio. In questo spazio, Thoreau individuava una divinità non trascendente, ma immanente, un “qualcosa” che si manifesta attraverso la natura stessa.
Ma vivere la natura come rifugio assoluto comporta anche una forma estrema di individualismo, talvolta spinto fino alla solitudine più radicale. In tempi moderni, abbracciare quest’idea senza preparazione può portare a conseguenze gravi: la natura vera, quella non addomesticata, non è mai compiacente. Muir ne era consapevole: wild life può trasformarsi facilmente in wild death e non sempre c’è una salvezza che arriva dall’alto a cui aggrapparsi.
