Un erbario che attraversa i secoli

L’erbario bolognese di Ulisse Aldrovandi diventa una lente sul passato: cinque secoli di flora, clima e trasformazioni del territorio. Un viaggio tra storia naturale, collezioni botaniche e i segnali del cambiamento ecologico.

Ci sono archivi che non usano parole, ma foglie pressate, ingiallite e annotate con una grafia minuta. È ciò che accade con l’erbario di Ulisse Aldrovandi, un’opera nata nel Cinquecento e tornata oggi a essere interrogata dai botanici per comprendere come la flora bolognese sia cambiata sotto la pressione del clima e dell’uomo.
I ricercatori, racconta il Guardian, sfogliano quei faldoni alla ricerca di un paesaggio perduto: ogni campione è un indizio, ogni nota un frammento di un mondo vegetale che non esiste più nella stessa forma.

Ulisse Aldrovandi

Aldrovandi appartiene a quel “secondo Rinascimento” in cui la natura smette di essere un repertorio simbolico e diventa un teatro da osservare con metodo. Era medico, naturalista, antiquario, geologo, etnografo: un uomo che voleva comprendere la pluralità del mondo.
L’Università di Bologna lo descrive come il primo scienziato di cui si conservino manoscritti, appunti, lettere: un tesoro che rivela una curiosità inesauribile. Per lui, la realtà era un intreccio di storie, immagini, rimandi antichi e scoperte recenti. Il suo progetto di vita fu la comunicazione: dagli oggetti ai disegni, dai disegni alle incisioni, dalle incisioni al libro a stampa. Un’impresa titanica, nata dal desiderio di descrivere un mondo che le esplorazioni geografiche stavano rendendo più vasto e sorprendente.

Ulisse Aldrovandi nacque a Bologna nel 1522, in una città che allora era un crocevia di studiosi, speziali, mercanti e pellegrini. Cresciuto tra libri, erbari e racconti di viaggiatori, sviluppò presto una fame di mondo che non si placò più. Da giovane attraversò l’Italia per studiare filosofia, medicina, matematica; da adulto trasformò quella curiosità in un metodo: osservare, raccogliere, descrivere.

Fu uno dei primi a credere che la natura dovesse essere guardata da vicino, senza filtri. Per questo organizzò escursioni, spedizioni, scambi epistolari con studiosi di mezza Europa. Nel 1568 convinse il Senato bolognese a fondare un Orto Botanico pubblico, un luogo dove gli studenti potessero toccare le piante, non solo leggerle nei libri.

Aldrovandi costruì un vero e proprio “teatro della natura”: migliaia di campioni essiccati, tavole illustrate, reperti minerali, animali, semi, curiosità. Un microcosmo che voleva contenere il mondo intero. Alla sua morte, nel 1605, lasciò tutto alla città, chiedendo che fosse conservato in un unico luogo, perché era convinto che la conoscenza vive solo se resta accessibile.

Oggi il suo nome attraversa secoli di storia naturale: non come un’ombra del passato, ma come un invito a guardare il mondo con la stessa attenzione paziente con cui lui osservava foglie, piume e pietre.

Memorie della vita di Ulisse Aldrovandi, di Giovanni Fantuzzi, Bologna 1774 – Giovanni Fantuzzi, Public domain, via Wikimedia Commons

Cinquemila piante, quindici libri, un mondo perduto

Tra il 1551 e il 1586 Aldrovandi raccolse cinquemila piante, organizzandole in quindici libri, ciascuno con centinaia di campioni. Le schede non erano semplici etichette: annotava frequenza, abbondanza, ecologia, nomi locali, usi medicinali.
Il suo intento era pratico e visionario insieme: identificare le specie utili alla medicina, ma anche costruire una memoria vegetale del suo tempo. Oggi, quelle pagine sono una finestra su un paesaggio scomparso. Le colline bolognesi del Cinquecento ospitavano specie oggi minacciate o del tutto assenti; il numero totale delle piante è aumentato nei secoli, ma la qualità della flora è diminuita, e molte specie rare sono in declino costante.

La flora che cambia: cinque secoli di trasformazioni

Gli studiosi hanno confrontato i dati di Aldrovandi con la Flora della Provincia di Bologna di Girolamo Cocconi (1883) e con il database floristico dell’Emilia-Romagna contemporanea. Dal confronto emerge un paesaggio in trasformazione: le specie native mostrano segnali chiari di disturbo umano e perdita di habitat, soprattutto tra le piante legate ad ambienti umidi o a forme di vita più vulnerabili. Le specie aliene, quasi assenti nel Cinquecento, diventano via via più importanti, riflettendo l’intensificarsi degli scambi e delle trasformazioni del territorio. L’erbario, in questa prospettiva, non è solo una collezione: è la memoria dei primi segnali di una trasformazione radicale della flora europea.

Una pagina dell’erbario – Foto di Paolo Monti, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Segnali del clima: la piccola glaciazione e le altitudini mobili

Tra le pagine dell’erbario si leggono anche gli effetti della “piccola glaciazione”, quel periodo freddo che si estese fino all’Ottocento.
Le specie di alta quota, oggi confinate oltre i mille o mille settecento metri, nel Seicento scendevano molto più in basso. Il Geranium argenteum, che oggi cresce sopra i 1700 metri, fu trovato da Cocconi a 800 metri. Il ranuncolo montano, oggi oltre i 1000 metri, durante la piccola glaciazione viveva a 300 metri.
Le altitudini che variano raccontano una storia di clima che cambia, di piante che risalgono o scendono lungo le montagne come se cercassero un equilibrio impossibile.

L’Orto Botanico: un giardino per imparare a vedere

Aldrovandi non si limitò a raccogliere: costruì anche luoghi per insegnare a vedere. Nel 1568 fondò il primo Orto Botanico di Bologna, inizialmente nel cortile di Palazzo d’Accursio, dove oggi sorge l’ex Sala Borsa. Era un giardino di aiuole rettangolari, pensato per mostrare agli studenti di medicina i “semplici”, le piante da cui si ricavavano i medicamenti.
Lo spazio divenne presto insufficiente e il giardino fu spostato più volte, fino alla sede attuale, acquistata nel 1803. Nel Novecento, con l’apertura di via Irnerio, l’area fu ridimensionata e divisa tra Agraria e Scienze.
Ogni spostamento racconta un’idea di conoscenza che cambia, ma anche la tenacia di un progetto: creare un luogo dove la botanica fosse esperienza diretta, incontro con la materia viva.

Le tavole acquerellate

Accanto all’erbario essiccato, Aldrovandi collezionò una vasta raccolta di tavole acquerellate: diciotto volumi e oltre 2900 dipinti che illustrano piante, fiori, frutti e animali con una precisione sorprendente per il Cinquecento. Non sono parte dell’erbario, ma ne ampliano lo sguardo. Una selezione completa delle tavole è consultabile sul sito dell’Università di Bologna, che ne conserva i manoscritti digitalizzati. Le tavole acquerellate non furono dipinte da Aldrovandi, ma da miniatori e illustratori che lavoravano sotto la sua direzione. Sono parte della sua collezione naturalistica, il grande “teatro della natura” che costruì nel corso di cinquant’anni.

L’eredità di un uomo che voleva salvare tutto

Aldrovandi costruì una raccolta favolosa e la donò alla città per sottrarla alla dispersione. Cinquecento anni dopo, il suo erbario continua a parlare: avverte dei rischi di trascurare le collezioni botaniche, che sono archivi insostituibili per comprendere le traiettorie della biodiversità. In un’epoca in cui il cambiamento climatico accelera, quei fogli pressati sono un monito e una promessa. Ci ricordano che la memoria naturale non è un lusso antiquario, ma uno strumento per leggere il futuro. E ci ricordano, soprattutto, che qualcuno, molto tempo fa, ha avuto la pazienza di salvare tutto ciò che poteva, perché sapeva che un giorno sarebbe servito.

Un video dell’Università di Bologna racconta l’Orto Botanico e la Palazzina della Viola, luoghi che custodiscono ancora oggi parte dell’eredità di Aldrovandi.

📚 Fonti:

🖼️ Immagine di copertina: Il verde alla Madonna di San Luca – Bologna – Foto di orpanahannaelina da Pixabay

Altre letture