Passeggiata nel bosco tra colori autunnali e funghi che cambiano con la luce e l’umidità. Uscendo dal sentiero, lo sguardo si sofferma sui dettagli: nasce una riflessione sull’illustrazione micologica, gesto che trattiene la variabilità viva del bosco.
Ci sono mattine in cui il bosco sembra trattenere un segreto. L’aria è più densa, la terra più scura e le foglie lasciano filtrare una luce diversa. E’ arrivato l’autunno e qualcosa è cambiato: un odore di corteccia bagnata, un fruscio diverso a ogni passo, un silenzio che non appartiene all’estate.
Il bosco comincia a virare lentamente, come se stesse scegliendo la sua nuova palette. Le foglie sono le prime a mutare e quando lo sguardo scende a esplorare il sottobosco, affiorano colori che appartengono alla terra. Sono i funghi, con tonalità che sembrano nate per essere scoperte solo camminando piano: rossi che pungono, gialli che vibrano, aranci che trattengono il calore del suolo.
A passo lento
A passo lento scopriamo che il sentiero cambia consistenza. Le foglie cadute diventano più soffici, il terreno si fa cedevole. I funghi spuntano uno dopo l’altro, con i loro profumi umidi e le forme inattese. Sono loro a inaugurare davvero la stagione: piccoli protagonisti che trasformano il bosco da dentro, ognuno con un colore diverso, un odore di sottosuolo, geometrie che vengono dalla profondità della terra.
Rosso — Amanita muscaria
Amanita muscaria – Anna Maria Hussey (1847), file cropped and uploaded by Francisco Welter-Schultes, Public domain, via Wikimedia Commons
Camminando, il primo incontro è con un rosso vivace, come un segnale. L’ Amanita muscaria appare così, come se fosse stata posata lì da qualcuno: il cappello lucido, le macchie chiare, regolari. È un fungo che porta con sé un’aura fiabesca: popola le illustrazioni per bambini, i boschi disegnati, le copertine delle favole. Quel rosso netto, le macchie bianche, il contrasto quasi grafico l’hanno trasformata in un simbolo, e quando la si incontra davvero nel bosco sembra quasi uscita da una pagina stampata. È fuori scala rispetto alle tonalità naturali che la circondano, come se appartenesse a un livello più immaginato che reale.
Ci si avvicina con cautela, non per paura, ma per rispetto: la sua bellezza è ingannevole, la sua tossicità nota. Intorno, il terreno è più umido, le foglie più scure. Per un momento il bosco sembra ruotare attorno a quel rosso, come se la passeggiata avesse trovato il suo primo vero protagonista.
Marrone — Boletus edulis
Poco oltre, il bosco cambia ancora ritmo. Dopo il rosso netto dell’amanita, l’incontro successivo non è con un colore vivace, ma materico. Una massa compatta che interrompe la linea morbida del muschio: è il Boletus edulis che non si annuncia con il colore, ma con la presenza.
Lo si vede solo quando ci si avvicina abbastanza: il cappello bruno, opaco, con quella curva piena che sembra poter sostenere il peso stesso del bosco. Non è un fungo che cattura lo sguardo da lontano; è un fungo che si scopre, come una forma che emerge dal terreno più che mostrarsi.
Intorno, il suolo è asciutto, le foglie più leggere.
La sua carne chiara, nascosta sotto il cappello, è una promessa che conosciamo bene: è uno dei funghi più cercati, e forse per questo il suo incontro ha qualcosa di domestico, quasi familiare. Ci si ferma un momento a guardarlo: non ha l’aria fiabesca dell’amanita, non ha colori che brillano. Ha invece una solidità che rassicura, una geometria che sembra appartenere alla terra stessa.
Giallo — Cantharellus cibarius
Più avanti, una macchia chiara in un punto in cui le foglie lasciano filtrare un riflesso più caldo. È lì che compare il Cantharellus cibarius, il gallinaccio.
Il giallo non è uniforme: vibra, si increspa, segue la piega del cappello che sembra una piccola onda. Il gallinaccio si lascia scoprire solo se ci si avvicina abbastanza da cogliere la sua forma: quel bordo frastagliato, quasi un petalo, e la consistenza elastica che tradisce la sua natura.
Intorno, il terreno è più asciutto, il muschio più rado. C’è un odore lieve, non dolce e non pungente, un profumo che si riconosce solo se lo si è già incontrato. È un fungo che non interrompe la passeggiata: la illumina. Per un momento sembra di camminare accanto a una piccola fiamma che non brucia.
Arancione — Amanita caesarea
Il sentiero curva leggermente, e in quel cambio di direzione compare un arancio che non appartiene alle foglie né al muschio. È un colore pieno, caldo.
L’Amanita caesarea non si nasconde: emerge con una compostezza che ha qualcosa di cerimoniale. Il cappello arancio, liscio, quasi vellutato, si apre come un gesto lento; il gambo giallo, solido, porta ancora la traccia della volva bianca che lo proteggeva. È un fungo che non si limita a comparire: si presenta.
C’è un’aria di calma attorno alla caesarea, come se il bosco sapesse che questo è un incontro raro. È la parte deliziosa delle amaniti, quella che la tradizione ha sempre considerato un dono, quella buona: un fungo che unisce eleganza e sostanza, colore e forma, un prezioso sapore, senza eccessi.
Viola — Laccaria amethystina
Il viola è il colore che non ti aspetti nel bosco. Più avanti, dove il sentiero si restringe tra radici e foglie umide, il bosco cambia ancora. In mezzo ai toni bruni del sottobosco affiora un viola inatteso, sottile come un’ombra colorata.
La Laccaria amethystina, minuta e quasi timida, sembra nascere direttamente dal respiro della terra: cappello vellutato, lamelle dello stesso tono, un equilibrio perfetto tra fragilità e intensità. Non domina la scena, la sfiora appena.
È un colore che si nota solo se ci si ferma, se si lascia che l’occhio si abitui alla penombra del bosco. E in quella pausa, il viola diventa un piccolo segnale di vita, una nota che completa la tavolozza dell’autunno senza volerla correggere.
Rosa — Mycena rosea
Piccolo, delicato, quasi trasparente. Una campanella rosa che porta grazia inattesa, come un fiore tardivo. È il colore che anima la passeggiata con un gesto lieve. La Mycena rosea è il rosa più tenue del sottobosco: cappello piccolo, convesso, spesso traslucido ai margini, con sfumature che vanno dal rosa pallido al rosa più saturo dopo la pioggia. È un colore che si scopre chinandosi, lasciando che la penombra riveli i suoi segreti. In quell’istante, il rosa diventa una pausa gentile nella tavolozza del bosco, un dettaglio che non pretende spazio ma lo arricchisce.
È una specie tossica, riconoscibile per la delicatezza delle forme e la luminosità del colore, che emerge soprattutto nelle giornate umide.
Verde — Russula virescens
Più avanti, dove il sentiero si apre in una chiazza di luce filtrata, il verde torna a farsi protagonista. Non quello delle foglie, però: un verde diverso, più materico, che affiora dal suolo come un frammento di mosaico.
La Russula virescens si riconosce subito dal cappello screziato, una trama irregolare che sembra disegnata dal bosco stesso. Il gambo chiaro sostiene la forma con una semplicità che non cerca di imporsi. È un fungo che non sorprende per vivacità, ma per la sua calma.
Russula virescens – Emil Doerstling, file cropped and uploaded by Francisco Welter-Schultes, Public domain, via Wikimedia Commons
Si confonde e si rivela nello stesso istante, come se il bosco avesse deciso di ripetere il proprio colore in una variazione più intima.
La natura mutevole dei funghi
Uscendo dal bosco, sulla via del ritorno, resta il tempo per una riflessione. L’illustrazione micologica è una pratica scientifica, ma i funghi sono soggetti difficili: cambiano rapidamente, hanno colori instabili, forme che variano con l’età, l’umidità, la luce. Un fungo non è mai identico a sé stesso. Nel giro di poche ore il suo colore muta, la sua consistenza si altera, le superfici si ossidano; le lamelle virano dal bianco al rosa o al bruno, i cappelli si aprono e scoloriscono.
Per questo osservarli e dipingerli significa seguirli nelle loro fasi. Un solo esemplare non basta: occorre guardare il giovane, il maturo, il vecchio, il danneggiato, e quelli cresciuti in punti diversi del bosco. Solo così si coglie la variabilità naturale della specie, quella che la fotografia non sempre riesce a restituire. L’illustratore non cattura un istante: accompagna un organismo nel suo ciclo e ne registra le trasformazioni.
E mentre il bosco si apre verso la radura, riconosciamo che questa stessa attenzione ha guidato la passeggiata: fermarsi, osservare, lasciarsi sorprendere da ciò che cambia.
Nota Tutti i funghi citati in questa passeggiata appartengono ai boschi piemontesi e compaiono con regolarità tra fine estate e autunno, nei castagneti, nelle faggete e nei querceti collinari. Le loro tonalità, dal rosso dell’amanita al viola della laccaria, sono parte della palette stagionale del sottobosco. Come sempre, è bene ricordare che i funghi non vanno raccolti né consumati se non si è assolutamente certi dell’identificazione: alcune specie sono tossiche o possono essere confuse con altre simili. La passeggiata resta un invito all’osservazione, non alla raccolta.
📚 Fonti:
Reader’s Digest, Guida pratica ai funghi d’Italia, Selezione, Milano, 1980.
Un classico della divulgazione micologica, ancora oggi apprezzato per la chiarezza delle descrizioni e per l’ampiezza delle specie trattate. Le illustrazioni, precise e vivide, restituiscono con grande fedeltà le variazioni di forma e colore dei funghi, offrendo al lettore uno strumento di identificazione affidabile e immediato. Una guida che unisce rigore scientifico e qualità visiva, diventando un riferimento per chi desidera avvicinarsi alla micologia con attenzione e curiosità.
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