C.W. Eckersberg (1783-1853), Et parti af det indre af Colosseum, 1816 - via Vikiart Public Domain

Il Colosseo selvatico

Il Colosseo, da simbolo imperiale a giardino spontaneo: tra il Settecento e l’Ottocento, la vegetazione lo trasformò in paesaggio romantico. Botanici e artisti ne colsero la bellezza selvaggia, oggi studiata come memoria vivente tra storia e natura.

Quando si pensa al Colosseo, si immaginano i gladiatori, le bestie feroci e il sangue versato per l’intrattenimento delle folle. Eppure, per secoli, l’arena più celebre del mondo è stata anche un giardino selvatico, un laboratorio botanico a cielo aperto dove la natura ha scritto la sua storia. Tra le crepe del travertino sono germogliate centinaia di specie vegetali, alcune comuni, altre misteriosamente esotiche, forse arrivate con gli animali che un tempo vi combattevano. Questo Colosseo vegetale, dimenticato dai manuali e celebrato dai poeti, racconta una Roma diversa: non quella della conquista, ma quella che germoglia tra le rovine.

Deakin, R. (1855). Flora of the Colosseum of Rome. Groombridge.
Deakin, R. (1855). Flora of the Colosseum of Rome. Groombridge. Public Domain

Un ecosistema tra le pietre

Nel 1855 Richard Deakin pubblicò Flora of the Colosseum of Rome, un catalogo di 420 specie vegetali che crescevano spontaneamente tra le crepe e le ombre dell’arena. Tra queste, 56 varietà di graminacee e 41 della famiglia delle leguminose, ma anche fiori rarissimi, mai visti altrove in Europa. Alcuni studiosi ipotizzarono che fossero stati introdotti involontariamente dagli animali esotici, leoni, giraffe, elefanti, trasportati dall’Africa per i giochi gladiatori, portando con sé semi nel pelo o nelle viscere.

Richard Deakin (1808–1873) fu un medico e botanico inglese, noto per il suo interesse nella flora urbana. Il suo lavoro al Colosseo non fu solo un contributo alla botanica, ma anche un atto di contemplazione romantica: per Deakin, le piante che crescevano tra le rovine non erano semplici organismi, ma testimonianze viventi della storia, capaci di mescolare natura e memoria.

La sua opera è oggi considerata una delle prime forme di archeobotanica urbana, e ha ispirato generazioni di studiosi e artisti. Sebbene non sia una figura molto nota al grande pubblico, il suo sguardo ha aperto una prospettiva unica sulla relazione tra natura e rovine.

Per Deakin il Colosseo appariva come un organismo pulsante, dove la vegetazione offriva lezioni silenziose di speranza e consolazione, in contrasto con la malinconia che aleggiava sulle vestigia dell’antico impero.

Il giardino romantico

Nel Settecento e Ottocento, il Colosseo non era solo una rovina archeologica: era un paesaggio vivente, un giardino spontaneo che attirava contadini, artisti e viaggiatori. La vegetazione era talmente rigogliosa che i locali pagavano per raccogliere fieno, erbe medicinali e frutti selvatici. Tra le pietre crescevano fichi, olivi, ciliegi, mirti e persino mandorli, mentre pecore e capre pascolavano liberamente nell’arena, trasformando l’antico teatro della violenza in un luogo di quiete pastorale.

Questo scenario incantato affascinò profondamente i pittori del Grand Tour. François-Marius Granet lo dipinse immerso in una luce dorata, con monaci e pellegrini che si muovevano tra le ombre delle arcate. J.M.W. Turner lo rese quasi liquido, avvolto da vapori e vegetazione, mentre Christoffer Wilhelm Eckersberg lo immortalò come un tempio della natura, dove le rovine sembravano dissolversi nel verde.

C.W. Eckersberg (1783-1853), Et parti af det indre af Colosseum, 1816 – via Vikiart Public Domain

Anche i poeti ne furono sedotti. Percy Bysshe Shelley, visitando il Colosseo, lo descrisse come “un anfiteatro di colline rocciose ricoperte di ulivi selvatici e mirti”, dove il tempo sembrava sospeso e la natura aveva preso il posto della storia. Lord Byron, nella sua visione romantica, parlava di “una foresta di ghirlande” che incoronava le mura grigie, come se la vegetazione fosse una forma di redenzione.

Persino Edgar Allan Poe, pur non avendo mai messo piede a Roma, dedicò al Colosseo un poema nel 1833, immaginandolo come un luogo dove “il vento muove il giunco e il cardo” là dove un tempo sventolavano le chiome delle dame romane. In queste visioni, le piante che crescevano tra le pietre non erano solo elementi naturali: erano simboli di memoria, malinconia e trasformazione. Il Colosseo diventava così un organismo vivente, capace di raccontare la caducità della gloria e la forza silenziosa della vita che resiste.

Thomas Cole, Public domain, via Wikimedia Commons
Thomas Cole,  Interior of the Colosseum Rome 1832, Public domain, via Wikimedia Commons

La fine del giardino

Con l’unificazione italiana nel 1870, il Colosseo fu affidato agli archeologi. Le piante furono rimosse, le icone religiose eliminate, e l’arena scavata per restituirla alla sua “purezza storica”. Mussolini ne fece un simbolo della rinascita fascista, associando la nuova Italia alla Roma imperiale.

La flora del Colosseo tra passato e presente

Nonostante la rimozione sistematica, la flora non si è arresa. Un team guidato dalla professoressa Giulia Caneva (Amphiteatrum Naturae – Giulia Caneva – Electa, 2004) aveva analizzato la vegetazione del Colosseo e i cambiamenti avvenuti negli ultimi 350 anni. Sebbene risalente a oltre vent’anni fa, resta il più completo censimento botanico del Colosseo mai realizzato. Il censimento aveva rilevato 684 specie vegetali nel corso della storia, con un picco di 420 nel 1855 e un calo a circa 242 al momento dello studio. Alcune specie, come Asphodelus fistulosus e Sedum dasyphyllum, non sono rare in senso assoluto, ma nel microclima del Colosseo rappresentano presenze sorprendenti: pionieri silenziosi che resistono tra pietra e sole, custodi di una biodiversità urbana fragile e tenace. Il dato più interessante? Circa 200 specie sono rimaste presenti per tutto il periodo, ma si è osservato uno spostamento verso specie più adatte a climi caldi e secchi, in linea con l’urbanizzazione e il cambiamento climatico. Sebbene non esistano censimenti recenti altrettanto dettagliati, il Colosseo continua a essere oggetto di osservazioni scientifiche e iniziative museali che ne riconoscono il valore di habitat urbano e raccontano la vita quotidiana del pubblico romano.

Zeynel Cebeci, CC BY-SA 4.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0>, via Wikimedia Commons
Asphodelus fistulosus,  Cebeci, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Oggi, il Colosseo è spoglio rispetto al passato, ma la sua storia botanica resiste nei libri, nei dipinti e nei versi. È un monito contro l’oblio, un invito a considerare le rovine non solo come pietra, ma come habitat. Come scrisse Deakin, “i fiori sono forse gli oggetti più graziosi della creazione, ma non sono mai così deliziosi come quando associati al ricordo del tempo e del luogo”.

Ghislain118 http://www.fleurs-des-montagnes.net, CC BY-SA 3.0 <https://creativecommons.org/licenses/by-sa/3.0>, via Wikimedia Commons
Sedum dasyphyllum, Ghislain118 http://www.fleurs-des-montagnes.net, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons

📚 Fonti:

🖼️ Immagine di copertina: C.W. Eckersberg (1783-1853), Et parti af det indre af Colosseum, 1816 – via Vikiart Public Domain

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